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Chi non è in pace con se stesso è in guerra con il mondo

“Non si può vivere in pace con il mondo, se prima non si è imparato a fare la pace con se stessi. È una di quelle verità talmente semplici ed evidenti che, paradossalmente, la maggior parte delle persone vive la propria intera esistenza senza vederle, pur passando accanto ad esse ogni giorno e ogni ora, sfiorandole e quasi andando ad inciamparvi sopra.”

Sembra banale ma è complesso, difficile ammettere a se stessi che c’è un problema, la maggior parte delle volte si nasconde la testa sotto la sabbia… si ha paura o si pensa che il nostro malessere derivi da fattori esterni, dagli altri e non da noi stessi .

“La grande maggioranza degli uomini e delle donne che affollano le nostre città, che si stipano nei grandi magazzini, che si stordiscono nelle discoteche, non si amano e non si stimano; ed è proprio a causa di tale disamore e di tale disistima che fuggono la solitudine, perché solo chi è in pace con se stesso la può vivere serenamente, in ascolto della propria anima; mentre chi non lo è, fa di tutto per stringersi alla massa anonima degli altri, nella gran confusione ove tutti sembrano uguali e, perciò, pare che sia più facile portare il peso che è comune a tanti: quello del poco amore e della poca considerazione per se stessi.

Ma è un’illusione, evidentemente; e la ricetta è perfino peggiore del male.

Ora, la maniera più drastica del non volersi bene è il non essere disposti a perdonarsi; e, pertanto, vivere portandosi dietro un greve, opprimente senso di colpa.

Anche qui, le apparenze potrebbero facilmente ingannare: perché l’apparenza è che mai, come oggi, le persone siano state inclini a passare sopra i propri errori e le proprie colpe, dimenticandosene fin troppo in fretta e creando, così, le condizioni perché tali errori e tali colpe si ripetano altre dieci, cento e mille volte.

Di questa duplice apparenza, solo la seconda parte è vera, vale a dire la tendenza a reiterare, per insufficiente o assente esame interiore, sempre gli stessi sbagli, con stolida, monotona perseveranza; ma è errata la prima: perché il fatto di non mostrare rimorso o pentimento per i propri errori e per le proprie colpe non significa che il rimorso non vi sia e, forse, anche il pentimento: significa solo che la coscienza ha deciso di ricacciarli indietro, nelle pieghe più profonde dell’anima, il più lontano possibile dalla luce della consapevolezza.

Ma le colpe e gli errori, non perdonati e respinti nei livelli più nascosti dell’anima, fermentano, marciscono, imputridiscono: mandano un terribile cattivo odore, si trasformano in qualcosa che non darà tregua a colui che ne è caduto vittima, per quanto egli possa stordirsi con mille diversivi e con mille ingannevoli distrazioni.

Ciascuno di noi è fatto essenzialmente di energia: energia che può diventare positiva o negativa, a seconda di come noi decidiamo di porci nei confronti della vita e di come siamo capaci di vivere le nostre emozioni.

Una cosa è certa: l’energia non può rimanere rinchiusa all’interno della persona. Essa preme per venire alla luce, per estrinsecarsi, per diffondersi tutto intorno; e, se viene ricacciata all’interno, si trasforma drammaticamente in energia distruttiva.

Quando la persona che inibisce la propria verità interiore, che non si perdona e che non si ama, ha finito di consumare tutta la propria energia innata, trasformandola in negativa, allora incomincia ad espellerla all’esterno, investendo coloro che le stanno intorno, a cominciare dai familiari e da quanti le vivono materialmente e spiritualmente più vicini. È questa una delle principali manifestazioni del cosiddetto vampirismo psichico: l’anima sofferente, dilaniata dal proprio tormento, di cui – non di rado – non è neppure pienamente consapevole, cerca istintivamente di afferrarsi a quanti le stanno intorno.

Altre manifestazioni sono la gelosia patologica, l’invidia cronica, la malevolenza sistematica, l’odio, il rancore, l’ardente desiderio di vendetta: perché, analizzando ciascuno di questi stati dell’essere, non si tarda ad accorgersi che ciò che li origina non è, veramente (come sembrerebbe), un sentimento negativo nei confronti del prossimo, ma un sentimento negativo nei confronti di se stessi.

Chi si ama, non odia nessuno; chi è in pace con se stesso, non serba rancore per tutta la vita e non insegue la brama di vendicarsi, alla prima occasione, delle offese patite, vere o presunte che esse siano. Chi bandisce le crociate, chi predica la guerra e chi promette un Paradiso da imporre con la violenza, non possiede neanche un briciolo di amore e di stima per se stesso: se li avesse, saprebbe che tutto l’odio che egli rivolge ai supposti nemici esterni (di classe, di razza, di religione) non è che una proiezione del disprezzo che egli nutre nei confronti di se stesso.

Non bisogna credere a quanti dicono di essere pronti a fare qualunque sacrificio per amore della persona amata, ma si aspettano di ricevere in cambio almeno altrettanto: non sono capaci di amare gli altri, perché non amano se stessi.

Molte persone si puniscono oscuramente, imboccando strade sbagliate, per procurarsi sofferenze e per inibirsi la possibilità di essere felici.

Dobbiamo imparare ad elaborare le nostre emozioni e far sì che le nostre energie psichiche non ristagnino e non degenerino in una palude miasmatica, ma conservino la freschezza e la trasparenza delle acque correnti.

E per fare questo, non c’è che una strada: quella della conoscenza di sé; che porta, automaticamente – e sia pure dopo un percorso più o meno lungo e faticoso – a rappacificarsi con se stessi, a perdonarsi, a volersi un po’ di bene, a stimarsi e a ritenersi degni di poter essere felici.

Vi è una cosa che aiuta moltissimo ad acquisire una tale consapevolezza: il fatto che noi siamo degni del nostro amore, e quindi del nostro perdono, perché non veniamo dal caso, ma dall’Essere, che è Amore: noi non esisteremmo, se non vi fosse l’Amore; dunque, siamo anche amabili, degni di stima e meritevoli di raggiungere la felicità.

Riflessione tratta in gran parte da uno scritto di F. Lamendola

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Strategie ed attività per sviluppare la memoria

Così come esistono diversi tipi di intelligenza (come sperimenta H. Gardner nel suo “Formae Mentis”) esistono anche diversi tipi di memoria. Tra i principali troviamo:

-la memoria procedurale o implicita che riguarda sia i comportamenti appresi (come guidare, sciare, nuotare, ecc.), sia gli schemi legati alla struttura del carattere della persona che tendono a ripetersi nel tempo;

-la memoria semantica cioè quella fondata sugli elementi appresi una volta per tutte e quindi entrati in categorizzazioni fisse (la data della scoperta dell’America, quella di nascita di un autore famoso, ecc..);

-la memoria episodica o autobiografica rivolta alla conservazione di elementi unici ed irripetibili. È la memoria che coglie la specificità di un vissuto, il suo essere riconoscibile perché unico e fortemente emozionale: esempi di questa memoria possono essere la casa dei nonni, il profumo della propria madre, ecc..;

-la memoria iconica: è la memoria che consente di trattenere una certa quantità di informazioni di tipo visuale e/o spaziali che vanno a collocarsi nella memoria recente;

-memoria fotografica o visiva è quella che consente di conservare le impressioni visive (parole, linee, forme, colori, fisionomia di una persona incontrata una sola volta, ecc.). Chi dispone di sviluppata memoria fotografica per apprendere la lezione la scrive, o visualizza la pagina del libro;

-Memoria uditiva è legata al ricordo di sequenze sonore piuttosto che di timbri musicali e la memoria motoria che facilita la memorizzazione di sequenze motorie del corpo.

Inoltre, “La letteratura scientifica descrive tre fasi principali dei processi di elaborazione mnestica: la fase di codifica, la fase di ritenzione e la fase di recupero.

La Fase di codifica: si riferisce al modo in cui l’informazione viene inserita in un contesto di informazioni precedenti. Tale nuova informazione viene trasformata in un codice che la memoria riconosce. Il processo di codifica viene influenzato da diversi fattori, tra cui sia le caratteristiche dello stimolo che fattori emotivo-cognitivi-motivazionali del soggetto; la fase di ritenzione: il ricordo viene consolidato e stabilizzato in una condizione stabile e a lungo termine; e la fase di recupero: consiste nel recuperare l’informazione e il ricordo dalla memoria a lungo termine alla memoria di lavoro affinche’ venga utilizzata. …

L’intero processo di elaborazione mnestica nelle sue diverse fasi puo’ essere influenzato da diversi fattori attentivi e motivazionali, dalla profondita’ di elaborazione dello stimolo in fase di codifica, nonche’ dalla rilevanza emotiva dello stesso stimolo, e dall’umore e dallo stato emotivo del soggetto.”
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/tag/memoria/

Partire da queste consapevolezze è fondamentale quando ci troviamo di fronte ad un bambino con serie difficoltà di memoria e apprendimento.

Con questo articolo condivido con voi semplicemente ciò che di più importante e produttivo ho sperimentato durante la mia esperienza da insegnante di sostegno nel corso degli ultimi mesi, in particolare, con un alunno che fatica molto a trattenere nella sua memoria le informazioni, e ,per il quale sembrava impossibile (fino a prima di riuscire a sfruttare il suo punto di forza) l’associazione grafemo-fonema.

Vi ho parlato di punto di forza, ebbene si, in queste situazioni è fondamentale riuscire a trovarlo e partire da quello per realizzare una didattica ad hoc che innesca quella che io definisco una reazione a catena di apprendimenti successivi.

Punti di forza del mio G. sono sia la memoria iconica che quella visiva o fotografica, guardate che disegno (libero) meraviglioso della terra e della luna ha realizzato a soli 5 anni e mezzo i primi mesi di scuola:

disegno gabry

Già allora intuii le sue doti da osservatore attentissimo e parlare di “difficoltà di memoria” di fronte ad un disegno simile e così dettagliato mi sembrò un paradosso, difficoltà di memoria okkei, ma rispetto a quale delle tante?

La memoria, come abbiamo scoperto, è strettamente connessa alle emozioni, infatti per insegnare bisogna “emozionare”, ciò favorisce l’acquisizione di informazioni. Non è un caso se, inoltre, il mio alunno G. ricorda in maniera più immediata le cose che lo hanno “colpito” o emozionato come quando per puro caso, introducendo la consonante P feci segno di dargli un pugno dicendo “PAM!” e lui di tutte le lettere affrontate fino a quel momento ricordava solo la P 😂 !

Ecco allora una serie di strategie ed attività volte a favorire l’acquisizione di informazioni e l’apprendimento, e non solo per gli alunni che hanno difficoltà! Un apprendimento, infatti, per essere significativo e lasciare tracce nella memoria ha bisogno di essere COSTRUITO seguendo varie attività che toccano i diversi tipi di memoria sopra descritti, perchè CIASCUN alunno ha un suo modo di apprendere e, come ognuno di noi, una tipologia di memoria più sviluppata delle altre!

  1. SFRUTTARE CORPO E MOVIMENTO:

Possiamo insegnare attraverso il gioco, il corpo ed il movimento attivando così la memoria motoria:

Disponete i numeri da 0 a 10 (ciascuno scritto su un foglio) sul pavimento della palestra; disponete poi, in fila, dei cerchi di due colori diversi uno davanti all’altro, per esempio 3 blu e 2 verdi, i bambini dovranno compiere dei saltelli in essi contando e addizionando 3+2 e prendendo dai numeri il risultato esatto.

Così come per le addizioni, possiamo far divertire i nostri alunni con le altre operazioni (la matematica i primi anni scolastici deve essere soprattutto azione), favorendo un apprendimento significativo, che RESTA.

2) SFRUTTARE LA MEMORIA ICONICA RICHIAMANDOLA QUOTIDIANAMENTE

Questo è il caso dell’idea di far realizzare produzioni grafiche da apporre in classe o sui singoli banchi dei nostri alunni o sulle pareti della nostra aula. L’idea per G. è stata quella di lasciare la linea dei numeri (per la sua difficoltà di associazione quantità-numero) e la scritta del suo nome sul banco (protetta dallo scotch trasparente posto sopra) , per poterle utilizzare quotidianamente e familiarizzare con questi simboli sempre più:

3) EMOZIONARE ED ATTIVARE LA MEMORIA MUSICALE

Emozionare in educazione è progettare attività che coinvolgano gli alunni perché in linea con i loro piaceri ed i loro interessi ed in questo non ci sono ricette perché ciascun alunno è unico, ma posso darvi una mano per quanto concerne la memoria musicale che non è solo legata alle comuni “canzoncine” ma anche alle filastrocche con le rime che hanno un ottimo riscontro nella memoria degli alunni. Tutti infatti ricordiamo la classica “30 giorni a Novembre con Aprile, Giugno e Settembre..” e chi ancora non ricorre ad essa per ricordarsi quanti giorni ha uno specifico mese! 😂 Ebbene, di esse possiamo fare un buon utilizzo quando si tratta di far memorizzare concetti semplici o complessi, a seconda dei casi. Vi ricordo, in relazione a questo, un mio recente articolo contenente la filastrocca delle vocali: LAPBOOK DELLE VOCALI

4) ASSOCIARE I SIMBOLI GRAFICI, I GRAFEMI O I NUMERI AD IMMAGINI

In questo caso andiamo a richiamare la memoria visiva. Possiamo divertirci a farlo in modo davvero creativo ed è grazie a questo metodo che finalmente il mio G. è riuscito a memorizzare tutte le lettere! Con mia incredibile sorpresa ora riusciamo a comporre un dettato e lavorare con le sillabe! Ecco perché ho imparato che un apprendimento in età evolutiva scatena reazioni a catena per quelli successivi!

L’idea non è stata quella del metodo Bortolato ovvero associare ad esempio l’immagine dell’altalena alla A (dato che nel caso di una grave difficoltà di associazione grafemo-fonema questa non funzionava) ma è stata quella di inserire prorpio l’altalena nella vocale A! Ecco le immagini che ho realizzato e che potete scaricare!

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Questo metodo lo ha provato anche una mia collega ed amica che ha subito riscontrato l’efficacia con un suo alunno!

Grazie alle lettere realizzate in questo modo G. riesce a scrivere se io le detto

e riusciamo anche ad utilizzare le sillabe per comporre le parole!!!

Spero che questo articolo vi possa servire da spunto e fare tanto bene ai nostri cari cittadini del domani!

Se vi va, fatemi sapere com’è andata! Buona creazione!

Angela Orlando ☼

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L’insegnante di sostegno

L’insegnante di sostegno è supporto alla classe, è valore aggiunto,

inventa soluzioni dove apparentemente queste non esistono,

si fa fisicamente strumento di eliminazione delle barriere allo sviluppo, all’apprendimento ed alla partecipazione.

Ha occhi che guardano lontano, che vanno oltre ciò che è apparenza, è spoglio di giudizi o pregiudizi,

ha la pazienza di chi sa aspettare ed intanto prova, riprova, inventa e spera. Comunica, collabora e sorride.

Ha la voce bassa ed il passo leggero per camminare in punta di piedi, rispettando l’essere per ciò che è.

L’insegnante di sostegno è anche uno sperimentatore: osserva, inventa, prova, raccoglie dati e riprova.

Ma non è solo scienza, è anche tanto cuore, quando “l’esperimento” non riesce continua a sperare, confrontarsi, reinventare.

Conosco insegnanti di sostegno che hanno inventato alfabeti “alternativi”, metodi di comunicazione del tutto personalizzati,

cuce su misura, condivide e documenta ogni cosa.

L’insegnante di sostegno è mediatore tra compagni, alunni e docenti, famiglie e bambini.

Per lavorare al meglio ha bisogno di tanti alleati.

Non è, però, un instancabile supereroe, non è frutto dell’immaginazione, è reale, spesso è stanco e rischia di non crederci più, si arrabbia, va al letto pensieroso e depone “le armi”.

Ma quando il giorno dopo si sveglia, gli basta pensare agli occhietti dei propri alunni che la sua luce si riaccende carica di energia nuova.

L’insegnante di sostegno non è un maestro speciale, è solo uno che fa delle potenzialità strumenti per colmare carenze.

Tutti gli insegnanti possono essere di sostegno, per i loro alunni!

Angela Orlando ☀️

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I collaboratori scolastici e gli assistenti dei bambini ♡

Ci sono delle persone in ogni scuola delle quali si parla troppo poco, come fossero trasparenti, nonostante la loro importanza.

Senza queste persone la scuola non potrebbe esistere, mancherebbe di accoglienza, di una porta aperta e braccia pronte a sostenerti: i collaboratori e gli assistenti dei bambini!

Sono persone uniche, le riconosci perchè ti accolgono sempre con un sorriso, ti fanno sentire al sicuro ed è come se la scuola fosse la loro seconda casa, la sentono un pò il loro secondo posto, ci trascorrono tanto tempo, sono sempre presenti, conoscono i suoi angoli più nascosti e per qualsiasi difficoltà sai che sono lì, pronti a tenderti la mano e farti anche tanto sorridere! Sono dei tuttofare.. mentre scrivo penso a Giuseppe, Geppina, Paola, Maria… Persone con le loro grandi storie che spesso vengono prese in considerazione troppo poco da insegnanti e personale sempre di fretta e in ansia, delle volta basta un secondo, un semplice come stai, un grazie o un saluto che sa di affetto per restituirgli il valore che hanno.

In particolare in questo articolo volevo raccontarvi della signora Maria, appena l’ho conosciuta sulla mia agenda ho iniziato ad appuntarmi ciò che mi dice ogni giorno…come mai? Vi spiego.

Maria è una signora, una donna anzi, dalla grande esperienza, ha studiato tanto ed è triste pensare che viene riconosciuta solo come quella che cambia i pannolini ai bambini…eppure spesso succede!

Maria è una donna molto dolce ed anche forte e diretta, è stata la prima persona a farmi sentire a casa in un luogo del tutto nuovo per me (e ne avevo davvero bisogno) , ha letto da subito il mio cuore, ha compreso la mia persona in un solo giorno, che dico!? Forse le sarà servito un istante, avrà letto il mio sguardo o avrà visto in che modo parlavo con J.

Maria è un’amica sincera quando dopo 2h che sono a scuola è l’unica persona a dirmi “hai il rossetto sui denti”; è una psicologa quando i miei sogni sono troppo grandi rispetto a quella che è la realtà, con una semplice battuta mi fa ritornare con i “piedi per terra” rendendomi consapevole (anche se poi comunque ci provo). È un’ osservatrice attenta, ne ha viste tante e la sua esperienza è il bagaglio più forte.

Maria qualche volta è anche una mamma che mi mette alla guardia su molte cose, come tutti, qualche volta è stanca, delusa, preoccupata ed allora sono io a prendermi cura di lei in queste situazioni. Tra di noi c’è rispetto e stima reciproca, crede in me da quando mi ha scrutrata da dietro ai suoi occhiali che leggono tutto, questo mi da la capacità di non mollare ed insieme facciamo grandi progressi…tanto che ci hanno riferito pochi giorni fa, riempiendoci il cuore di gioia :”J. è un’altra bambina”. ♥️

Ho sempre pensato che abbiamo tanto da imparare in ogni momento, soprattutto da chi è diverso da noi. Non si smette mai, chiunque può insegnarci tanto, basta non fermarsi all’apparenza, andare oltre le nostre considerazioni spesso superficiali o generalizzanti. Maria è la conferma di tutto questo.

Basta concedersi un attimo nella folle fretta senza meta delle nostre giornate, che ci rende egoisti e superficiali. Basta non temere di aprirsi, fidarsi.

Fidatevi perché a diffidare perdiamo due occasioni: quella di imparare tanto da una conoscenza e quella di crescita nel caso venissimo feriti.

I collaboratori e gli assistenti sono una parte fondamentale della scuola e per questo vanno valorizzati, conosciuti e RIconosciuti per le persone che sono.

Auguro a tutti di andare oltre.

Possiamo scoprire rare ricchezze!

Auguro a tutti una signora Maria!

Angela Orlando ☀️

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Gli ostacoli sono nella testa

 

“Non puoi fare niente. Lei non si muove, non parla.”

Invece devi fare di più,

fare il doppio,

scovare soluzioni dove apparentemente non esistono,

muoverti di più,

parlare per due,

avere una solida ma consapevole speranza,

per donarla a chi si è arreso.

Solo quando avrai fatto tutto questo potrai dire

“non posso far nulla”.

Qualcosa farò

senza nemmeno pensarci troppo, viene naturale.

Sarò gambe per condurti dove non riesci ad arrivare,

e sarai tu ad indicarmi la strada.

Sarò braccia per farti allungare passo dopo passo a raggiungere ciò che fa per te,

darò voce ai tuoi bisogni per farti parlare, griderò per farmi sentire e sarò stanca

ma più ricca per quanto avrò imparato giorno dopo giorno.

Mi hai insegnato il significato più profondo del verbo “sentire”.

Che poter afferrare un oggetto è dono.

Che l’amore non ha barriere né limitazioni.

Che gli ostacoli sono nella testa.

L’amore è diversità accoglienza e libertà.

E la disabilità di chi non riesce a sentire ciò che non puoi (ancora) dire.

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Angela Orlando ☼
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Bambini e natura

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Ciascuno di noi ha il suo modo di educare e concepire l’educazione.
La nostra filosofia educativa è frutto di esperienze pregresse, è l’insieme del nostro esser stati educandi, dei metodi adoperati da chi ha avuto cura di noi, strategie che sono entrate a far parte delle nostre azioni, inconsapevolmente.
Il modo in cui educhiamo è anche un mix tra ciò che abbiamo appreso nel nostro percorso di vita, proviene da qualcosa che abbiamo letto ed è entrato a far parte di noi perché “nelle nostre corde” .
Si educa con ciò che si è, con ciò che si fa e si fa fare, in minima parte anche con ciò che si dice.
Personalmente amo che i bambini sin da piccoli possano aver la possibilità di esplorare, conoscere liberamente il mondo che li circonda, sentirsi amati e “sentire”.
Un bambino amato si sentirà libero di rivelare ciò che è, di esprimere il proprio spirito creativo, il suo essere unico.
Esplorare, per me, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, è anche far sentire il contatto con la natura, imparare qualcosa a piedi nudi in un prato, sul terreno, nella sabbia. Il contatto con la natura arricchisce le percezioni, l’apprendimento, la crescita emotiva, educa al silenzio ed al rispetto.

“La natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l’aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto l’incendio”. M. Montessori

Le paure degli adulti comportano una iper-protezione dei bambini, che impedisce loro di “vivere” la natura e i suoi fenomeni.

Il ricercatore americano Richard Louv, autore del libro “L’ultimo bambino nei boschi: salvare i nostri figli dal disturbo da carenza di Natura”, sostiene addirittura che i disturbi infantili di deficit di attenzione e l’iperattività con cui spesso sono associati (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, ADHD) siano direttamente riconducibili al “disturbo di deficit di natura”.

Louv è convinto che un bambino che trascorre il 90% del proprio tempo seduto in ambienti chiusi o in auto, fissando un monitor, un libro di esercizi, una LIM o la televisione sia un bambino con una vita non sana. Poco importano il livello della scuola, della dieta e delle attività extrascolastiche.

Giocare in spazi aperti e verdeggianti induce pace, capacità di autocontrollo e autodisciplina: questo è stato confermato dalle ricerche di Louv e di altri studiosi dopo di lui. I risultati ottenuti dagli studi effettuati su bambini provenienti da zone urbane svantaggiate provano che la minima esposizione all’ambiente naturale implementa significativamente le risorse attentive generali e contemporaneamente sviluppa le capacità psicomotorie, favorendo le risorse cognitive di ogni bambino. L’aria aperta e l’assenza di barriere architettoniche permettono la solitudine, il nascondimento, la riflessione e la meta riflessione. I suoni non rimbalzano ma si disperdono, rigenerando le capacità uditive stressate dall’inquinamento acustico. La campagna invita a indugiare, parla dell’attesa, della pazienza e della capacità di fluire coi cambiamenti. Stimola la creatività e l’immaginazione, l’elaborazione di soluzioni alternative.

 

 

 

 

 

Angela Orlando
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Il coraggio di essere umani

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Nonostante le continue tragedie che da anni la nostra specie perpetua, ho sempre sperato in qualcosa di migliore, un futuro in cui queste ingiustizie diminuissero, invece, mi ritrovo ad osservare che va sempre peggio, non voglio fare un discorso politico o storico, non ne sarei in grado, mi limito ad una riflessione, breve ma pesante e non carica di una forse ingenua ma vitale speranza.

Siamo uomini, cittadini del mondo, non c’è una precisa terra che ci appartiene, c’è solo un mondo che da sempre ci accoglie, nonostante tutto, nonostante tutte le presunzioni dell’essere umano. La presunzione di essere migliore, qualcosa in più delle altre specie, degli altri uomini. C’è una sola cosa che ci rende migliori ed essa è la capacità di amare, di essere umani, appunto. Credo che più una creatura sia indifesa, in pericolo, in difficoltà, più ha il diritto ad essere protetta dall’uomo, dalla crudeltà degli altri uomini e questo lo abbiamo dimenticato…

Chiuderci oggi,  nel mondo della globalizzazione, non ci renderà più ricchi o meno “nguaiat”, non ci renderà intoccabili o migliori ma più deboli, più tristi, meno ricchi, poveri d’animo.

C’è un’altra cosa che mi irrita parecchio ed è che sempre più spesso sento parlare tg, politici, ecc., del dramma di persone in fuga come ingombrante merce da dividersi, si fa a gare tra numeri, tra chi ne ha di meno e chi ne ha di più, ci si dimentica TROPPO facilmente della parte umana e mi pare di esser tornata indietro nel tempo. Le parole hanno un gran peso, connotano una società, spesso si parla con noncuranza, ignorando i danni che parole usate male possono arrecare a chi le ascolta. Le parole entrano dentro in modo silente ma poi in modo prepotente influenzano, diventano parte fondante di pensieri, di generazioni.

Spesso mi sento impotente di fronte a tutto questo, ma poi penso che in realtà è proprio questo sentimento che ci inganna, e allora, nel nostro piccolo qualcosa lo possiamo sempre fare, aprire le braccia, spalancare un sorriso, non arrenderci, provare ad esprimere la nostra opinione, anche se è difficile, anche se richiede CORAGGIO, anche se ci crediamo poco, ma almeno proviamo a darne l’esempio. Non neghiamo la speranza ai nostri figli con un atteggiamento arrendevole. Così come l’essere umano è artefice di tutto il male del mondo, lo è anche di tutto il bene.

 

 

Angela Orlando.

Neve

Neve.

Cade danzando dolcemente.

Lasciandosi cullare. Libera.

Elegante e leggero accumulo di cristalli di ghiaccio.

Apparentemente semplici, banali, eppur se guardati molto da vicino complessi, molto.

La neve che al sole rivela ciò che è.

Sua natura primordiale.

Semplicemente acqua.

Oltre le apparenze andare.

Osservare da vicino.

Tacere.

Capire.

ESSERE.

Angela Orlando ☀️

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Penna verde o penna rossa? Quale metodo?

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Essere felici non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Papa Francesco

Negli ultimi tempi mi è capitato di guardare un video e, ascoltando diversi coetanei, riflettendo sulla mia esperienza, ho messo insieme alcune idee come un puzzle giungendo a diverse riflessioni che hanno interrogato la mia persona ed il mio essere educatrice ed insegnante.

Il video è questo: video

In esso si invita i genitori a porre l’attenzione sui progressi anziché sugli errori dei propri figli, proponendo il metodo della “penna verde” (evidenziare i progressi) ed eliminando quello della “penna rossa” (evidenziare gli errori). Questo fa sì che un bambino cresca in fiducia e sostegno, venga spronato a perseverare nel dare il meglio di sé, a fare di più.

Ho ripensato a questo video in un momento particolare, ero in difficoltà e faticavo a ricordarmi che quella prova che non riuscivo ad affrontare l’avevo in realtà superata più volte, ma in quel momento, ricordavo soltanto le circostanze in cui non ce l’avevo fatta, davanti ai miei occhi apparivano solo i miei fallimenti. Da cosa dipendeva questo? Spesso, gli insuccessi fanno più “rumore” dei successi, lasciano il segno in modo più evidente nella nostra mente. Chissà perché? Forse perché siamo stati educati con il metodo della penna rossa? Forse perché ci hanno abituato a porre l’attenzione sui nostri errori e non sui passi avanti? Forse le nostre insicurezze di bambini si ripercuotono nella nostra esperienza di adulti e non riusciamo a scorgerle, non riusciamo a tranquillizzare quel bambino che è in noi dicendogli:”Stai andando bene, continua così!”, continuiamo a dirgli, invece che è sbagliato, che ha sbagliato, ha commesso un errore, che magari ha fatto una figuraccia… Ma cos’è un errore?

“Nella vita c’è solo una cosa certa, a parte la morte e le tasse. Non importa quanto ci provi, non importa quanto buone siano le tue intenzioni: finirai col commettere degli errori…” Shonda Rhimes

Un errore è l’allontanamento dai principi logici, dalle cognizioni o dalle regole comunemente accettate. E’ un qualcosa di socialmente costruito l’errore, un costrutto sociale ma anche molto utile. Uno sbaglio è come una guida, serve a far crescere, a comprendere, “aggiustare” il tiro, ritornare in gioco seguendo una strada diversa, forse migliore, lungo la quale magari sbagliare ancora, imparare e ricambiar rotta.

Gli errori però non si condannano, anzi, forse gli errori si, ma le persone no, le persone si incoraggiano, si supportano, si motivano a fare meglio. Mai scoraggiare qualcuno che sta facendo progressi. Come sempre allora e non vorrei essere banale, la verità sta nel mezzo, è bene che le figure educative adottino il metodo della “penna verde” laddove già si scorge un bambino insicuro, con una bassa stima di sé, è bene sottolineare ciò che di buono sta facendo, spronarlo a continuare in quella direzione. Non è bene però, a mio parere, rinnegare gli sbagli, far finta di non vedere, eliminare totalmente il metodo della “penna rossa”. Ciò che conta è non giudicare la persona, non condannarla per l’errore commesso affermando “Sei sempre disordinato!” “Scrivi male!” “Sei un disastro!” ma adottare uno stile diverso, spostare l’attenzione dal soggetto all’azione, trasformare il “Sei..” in “Il tuo quaderno è in disordine” “Ho difficoltà a leggere ciò che hai scritto, potresti renderlo più chiaro?”.

Altra cosa fondamentale ma che molto spesso sento, perché fatti in modo inconsapevole, sono i confronti. Ogni bambino è unico, perché paragonarlo ad altri? “Se l’adulto di cui mi fido mi paragona, vuol dire che non basto, che non sono all’altezza” Questo è desolante per un bambino, lede la sua autostima, lo fa sentire meno amato e probabilmente si confronterà già da piccolo con un sentimento poco sano, l’invidia verso l’altro.

Tutto questo è difficile, è molto difficile perché non siamo stati abituati a tale stile educativo ed, inoltre, continuiamo ad essere immersi in contesti in cui il giudizio e l’invidia sono alla portata di tutti, giudichiamo e condanniamo con le parole, spesso addirittura diamo sentenze perdendoci una parte fondamentale dell’altro: l’incontro con lui, la sua conoscenza.

E’ faticoso essere figure educative anche perché dovremmo apprendere l’arte della delicatezza, del dare valore alle parole, dosarle con attenzione per non ferire i nobili sentimenti e gli immani sforzi che un bambino fa per imparare a stare al mondo, per adattarsi e crescere.

Tra genitori, insegnanti, nonni, specialisti, ciascuno con la sua diversa ideologia educativa i nostri bambini sono sempre più confusi, è necessario lavorare per creare alleanze educative, seguire una linea comune e dialogare, non opponendosi a quanto fatto o detto da una delle su’ citate figure, magari anche davanti ai bambini, è devastante per la loro crescita e nei confronti della loro maturità.

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L’imprevisto. Pittura acrilica di Aurora Mazzoldi.

Infine, a tutti quegli insegnanti in conflitto con una delle imprese a mio parere più ardue, quella della valutazione, vorrei dire che molto spesso, dovremmo soffermarci di più sugli sforzi e non solo sui risultati. Ciò che conta non è tanto il risultato raggiunto ma è il percorso affrontato nel raggiungerlo, sono gli ostacoli incontrati e la forza messa in campo per affrontarli che dobbiamo valutare. Attenzione, valutare, non giudicare.

ANGELA ORLANDO ☼