Pubblicato in: Pensieri

LIBRIAMOCI! ♡

“Io non lo so
Quanto tempo abbiamo
Quanto ne rimane
Io non lo so
Che cosa ci può stare
Io non lo so
Chi c’è dall’altra parte
Non lo so per certo
So che ogni nuvola è diversa
So che nessuno è come te

Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
Sono sempre i sogni a fare la realtà
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
E sogna chi ti dice che non è così
E sogna chi non crede che sia tutto qui…” (L. Ligabue)

Grazie ad una grande donna che ha ancora la capacità di sperare e di sognare, questa settimana sono stata coinvolta in un’avventura stupenda, dalla quale ho imparato tanto. Questa esperienza mi ha aperto ancora una strada nuova verso la comprensione del mondo dei bambini, per questo, scelgo di raccontarvela.

Sono diventata la fatina della diversità per i bambini dell’istituto Don Lorenzo Milani (Quarto, NA)
Ho avuto l’onore di aprire, nel teatro della scuola, “Libriamoci”, la settimana dedicata alla promozione della lettura che ogni anno ha un tema diverso. Quest’ anno, oggetto di questa esperienza, è stato l’inclusione.

Ho progettato ed indossato i panni della fatina Arcobaleno.

Arcobaleno è una fata che ha perso la voce a causa di un incantesimo. Saper parlare era fondamentale per lei, perché il suo ruolo era raccontare storie a tutti gli abitanti del suo regno.

I bambini dell’ Istituto sono così stati coinvolti in un’esperienza di conforto ed aiuto alla fatina, le hanno insegnato la lingua dei segni ed hanno capito che ci sono tantissimi e diversi modi per narrare storie!

Il giorno seguente la fatina è ritornata con la voce! A restituirgliela sono stati il supporto e la magia dei tanti bambini incontrati il giorno prima. Per ringraziarli, la fata decide di raccontare una favola in ogni classe. Ovviamente sono state scelte favole dalla morale inclusiva ed adatte alle età dei diversi alunni. Perché è proprio vero, c’è una favola per ogni età.

È stato entrando nelle classi che ho vissuto la meraviglia dello stupore dei bambini:”Sei una fata vera!?” molti hanno esclamato con sorpresa.

Ho capito che i nostri bambini, che tendiamo a rendere adulti sempre più presto, hanno l’esigenza di sognare, di volare con la fantasia, ne avvertono il bisogno, lo so perché quando ho tolto i vestiti della fata Arcobaleno e sono ritornata semplicemente Angela, mentre ritornavo a casa, ho incontrato uno degli alunni dell’Istituto che mi ha salutata dicendo:”CIAO FATINA!”

Ho fatto esperienza del loro grande e trasparente mondo interno quando, raccontando la favola di un gigante temuto da tutti, solo perché gigante, un bambino ha esclamato:”SE È COSÌ GIGANTE ANCHE IL SUO CUORE È PIÙ GRANDE!” …lasciandomi senza parole.

“Oggi la gente ti giudica per quale immagine hai, vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei..” canta Marco Mengoni. Cito questa frase perché una bambina, sempre in merito alla storia del gigante che tutti evitavano, alla mia domanda:”Possiamo aver paura di una persona se non la conosciamo?” mi ha risposto:”E’ COME IL CIBO, SE NON LO ASSAGGI NON LO SAI COM È.”

Ad un certo punto poi, questa favola ha dato avvio ad una discussione introspettiva. Il gigante della nostra storia, innamorato di una fanciulla, arriva a bere una soluzione per diventare “normale”. La fanciulla però non lo riconosce più. Si era innamorata anch’ella del gigante, ma per come lui era. La mediazione didattica ha così portato i bambini davanti alla bacchetta della fatina per parlare degli aspetti che avrebbero potuto modificare del loro carattere, per piacere ai loro amici, ma che non li avrebbero più resi loro stessi. Gli alunni hanno compreso che ci sono caratteristiche che possiamo migliorare in noi, se ledono il rispetto degli altri, ma ci sono anche tante qualità che ci rendono speciali così come siamo, ci colmano di unicità e che è bello conservare.

Ciò che ho vissuto con questa esperienza non è altro che ciò che studiò Bettelheim partendo dall’idea del bisogno di magia del bambino, dall’importanza della fantasia e di come questa lo aiuti a crescere. Lo studioso ribadisce l’importanza delle fiabe poiché potenziano la creatività, dando spazio al gioco semantico e segnico.

Le fiabe, secondo Bettelheim, catturano l’attenzione dei bambini, li divertono, suscitano il loro interesse e stimolano la loro attenzione.

Le fiabe, poiché parlano il linguaggio della fantasia, che è lo stesso del bambino, e sono al di fuori del tempo e dello spazio, evocano situazioni che consentono al bambino, identificandosi con i personaggi e partecipando emotivamente alla storia, di affrontare ed elaborare le reali difficoltà della propria esistenza.

Esse, inoltre, sono utili perchè elaborano l’inconscio e aiutano a tradurre in immagini visive gli stati interiori: «La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l’esistenza del bambino in tanti modi diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati da queste storie alla vita del bambino». (Bettelheim)

La strada più bella da esplorare, per chi lavora con gli uomini, è quella che percorriamo lasciandoci guidare dall’amore per il genere umano, per il mondo, per la vita. Dall’amore che nasce da un sorriso condiviso, da una carezza di conforto, da un dialogo di incontro. Un amore contagioso, che ci da speranza e forza per continuare, anche quando sembra che la nostra azione, in quel momento, non porti a nulla, o ci sembra di star facendo peggio. Non possiamo mai sapere quando, ciò che abbiamo fatto con il cuore, riuscirà ad essere la chiave dell’apertura ad una strada nuova anche per l’altro.

Angela Orlando ☼

Pubblicato in: attività per bambini

Il Gioco in classe

La tendenza recente che ho riscontrato nella scuola del nostro tempo, è quella di concedere sempre meno spazio a quell’attività libera e spontanea dei bambini, quell’attività fortemente connessa allo sviluppo, alla motivazione, all’ apprendimento e alla comunicazione: il gioco.

Non tanto nella scuola dell’infanzia, ma già nella scuola primaria è come se per gli insegnanti il bambino non dovesse più giocare: “non c’è tempo per giocare, bisogna portare avanti il programma”, che incubo questo “programma” tutto molto rigido, troppo statico e meccanico. Stili che non sono più adatti ai nostri tempi, alle esigenze dei nostri bambini.

“Acquisire competenze significa giocare, muoversi, manipolare, curiosare, domandare, imparare a riflettere sull’esperienza attraverso l’esplorazione, l’osservazione e il confronto tra proprietà, quantità, caratteristiche, fatti; significa ascoltare, e comprendere, narrazioni e discorsi, raccontare e rievocare azioni ed esperienze e tradurle in tracce personali e condivise; essere in grado di descrivere, rappresentare e immaginare, “ripetere”, con simulazioni e giochi di ruolo, situazioni ed eventi con linguaggi diversi.” (Indicazioni Nazionali 2012)

Quanti piani triennali dell’offerta formativa si colmano di queste parole, ma in pratica, cosa facciamo per far apprendere attraverso il gioco? Ma soprattutto, giochiamo insieme ai nostri bambini?

Il gioco è stato riconosciuto come diritto del bambino:”Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.” (Convenzione sui diritti dell’infanzia, art.31)

Ma in pratica, cosa si fa?

Basta poco per attivarci, nel nostro piccolo, in questo senso:

-Concediamo al bambino dei momenti della giornata scolastica (anche 15min) in cui possono giocare liberamente.

-Allestiamo uno spazio nell’aula dedicato al gioco: giochi di società, materiali per il gioco costruttivo (attenzione, non intendo solo costruzioni, possiamo raccogliere o far portare loro da casa materiale di ogni genere come stoffe, materiale da riciclo..) penseranno poi i bambini a cosa dar vita con quei materiali e di certo sarà un capolavoro! Avranno dato forma a qualcosa che avevano nella loro mente e ci stupiranno.

-Bastano poche e condivise regole.

-Organizziamo attività che partano dalla costruzione di un gioco, queste attività sono particolarmente utili per le competenze matematico/geometriche dei vostri alunni.

-Stravolgiamo le nostre aule, spostiamo i banchi, lasciamo qualche volta i bambini liberi di muoversi, giochiamo insieme a loro.

-Successivamente basterà narrare una storia e farli rilassare un po’ con la meditazione per ristabilire la concentrazione.

-Mettiamoci letteralmente in gioco!

“Per controllare ciò che è al di fuori uno deve fare le cose, non semplicemente pensare o desiderare di fare, e fare le cose richiede tempo. Giocare vuol dire fare. ” D. Winnicot

Angela Orlando ☼

Pubblicato in: Presentazione

Mi presento: io e la “mia” pedagogia :)

maestra

Per la mia presentazione su questo blog scelgo questa immagine, questo insieme di foto è indicativo della mia persona, del mio atteggiamento e del mio stile di vita.

Volendo dare un nome alla pedagogia da me sviluppata la definirei “della relazione e della costruzione” in primis perché essa stessa si è edificata in me dopo una serie di scoperte ed incontri, si è quindi “costruita” grazie alla “relazione”.
La mia pratica e riflessione sulla formazione ha preso vita inconsapevolmente, in un percorso di vita durante il quale ho incontrato PERSONE che hanno ispirato in me un atteggiamento che ho molto apprezzato, uno stile che pone al centro una comunicazione efficace fatta di ascolto, accoglienza dell’altro e messaggi in prima persona, mi ha colpita piacevolmente perché era in linea con la mia personalità.
La pedagogista che volevo essere ha preso forma e si è consolidata durante un percorso di studi durato cinque anni. In questo periodo, costellato da teoria e prassi educativa ho “incontrato” pensieri di grandi autori e “scienziati della formazione” che ho appuntato e conservato nella mia memoria fino a rendermi conto che andavano tutti nella stessa direzione, seguivano una linea di pensiero simile, per chiarezza espositiva ne citerò alcuni:

L’agire dell’insegnante si configura quale intenzionale, partecipativo, riflessivo, critico, aperto alle differenze, alla continua rivisitazione , messa in discussione , riprogettazione, riproposizione,rispettoso di tutti i punti di vista, attraverso il confronto, avvalendosi di parole autoriali e non autorevoli” (Bachtin)

“L’ambiente sociale è veramente educativo nei suoi effetti, solo fin dove l’individuo partecipa e condivide un’attività comune. Dando il suo contributo nell’attività associata l’individuo fa suo lo scopo che la promuove, si familiarizza con i metodi e il contenuto di essa, acquista l’abilità necessaria ed è pervaso della sua carica emotiva.”  (J. Dewey, Democrazia e educazione)

“È un fatto assolutamente incontestabile, indiscutibile ed inconfutabile che la consapevolezza e la volontarietà dei concetti, sono situate interamente nell’area di sviluppo prossimo, cioè compaiono e divengono effettive in collaborazione con il pensiero adulto. (…) Ciò che il bambino sa fare in collaborazione, sarà domani in grado di compiere da solo.” (L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche.)

“Ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna” (S. Kierkegaard)

Ogni esperienza fatta e subita modifica chi agisce e subisce, e al tempo stesso questa modificazione influenza, lo vogliamo o no, la qualità delle esperienze seguenti“. (J. Dewey, Esperienza e educazione)

“L’insegnamento deve ridiventare non più solamente una funzione, una specializzazione, una professione, ma un compito di salute pubblica: una missione. Una missione di trasmissione. La trasmissione richiede certamente competenza, ma richiede anche, oltre a una tecnica, un’arte. Essa richiede ciò che nessun manuale spiega, ma che Platone aveva già indicato come condizione indispensabile di ogni insegnamento: l’eros, che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi.” (E. Morin, La testa ben fatta).

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”  (Don L. Milani, da Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina)

“La via della nuova educazione non è più agevole dell’antica; essa è più penosa e difficile. E così rimarrà sino a che non avrà raggiunto la maggiore età e questa non sarà raggiunta se non dopo molti anni di seria e attiva collaborazione di tutti coloro che aderiscono a essa.” (J. Dewey, Esperienza e educazione)

Senza la speranza nell’uomo e nella sua educazione, senza la speranza nel miglioramento dell’infanzia e nell’avvento di generazioni più mature, maggiormente “ricche” e serene, la pedagogia perderebbe il suo stesso diritto all’esistenza.” (M. Corsi, L’eclisse dell’adultità, della promessa, del dono e del perdono.)

L’idea vive nella coscienza individuale isolata dall’uomo: rimanendo solo in essa, essa degenera e muore. L’idea comincia a vivere, cioè a formarsi, a svilupparsi, a trovare e a rinnovare la sua espressione verbale, generare nuove idee, solo entrando in reali rapporti dialogici con altre idee. Il pensiero umano diventa vero pensiero, cioè idea, solo in condizioni di contatto vivo con un pensiero altrui, incarnato in una voce altrui, cioè in un’altrui coscienza espressa nella parola. Nel punto di contatto tra queste voci-coscienze nasce appunto e vive l’idea.” (M.M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica.)

Da queste citazioni emerge l’immagine di un insegnante che conosce l’importanza dell’essere persona autentica, della comunicazione non verbale e “dell’esempio”.

Da ciò che ho “raccolto” nel corso del tempo affiora la forma di una pedagogista che pone al centro l’azione e ne riconosce l’importanza, fondando la gran parte delle attività che propone sulla centralità del laboratorio e dell’apprendimento per scoperta.

L’agire didattico ci fa comprendere che la pratica è l’oggetto complesso su cui il sapere didattico può interrogarsi e costruirsi. Dato che è un oggetto complesso, è comprensibile soltanto attraverso logiche olistiche in grado di non frantumarlo. E’ proprio secondo un modello ricorsivo, olistico che riesco a costruire la mia azione.

Dalle citazioni che ho raccolto durante il mio percorso e che “ho cucito” sulla mia pelle da docente vien fuori l’importanza del dialogo, dell’interazione sociale e della valorizzazione di ciò che i discenti già conoscono, dei loro bisogni educativi e delle loro peculiarità, al fine di costruire percorsi che li conducano verso il massimo sviluppo delle loro potenzialità. E’ per questo che definisco la mia pedagogia “della relazione e della costruzione”: la relazione è costitutiva dell’essere persona e rappresenta lo strumento privilegiato del fare educazione, è per suo tramite che ciascuno dei soggetti implicati si arricchisce dell’umanità e delle conoscenze dell’altro e si apre al senso dell’esistenza che è essenzialmente un con – essere. La costruzione è per me elemento fondamentale, la nostra conoscenza della realtà è (come studia Vygotskij) una costruzione individuale e sociale, è per questo che prima di condurre i miei alunni alla scoperta di un concetto parto da tutto quanto loro già conoscono in merito ad esso, è così che il prodotto finale dell’apprendimento sarà frutto del contributo di ciascuno e gli alunni potranno “sentir propria” quella determinata nozione, in quanto costruita insieme.

Durante l’ultimo anno della mia carriera mi sono confrontata ed ho lavorato con altre insegnanti sia mettendomi in discussione ma anche con la sicurezza che viene da fondamenta solide costruite durante quello che ritengo un buon percorso formativo.

Seppur avverto un senso di “appartenenza” alla mia pedagogia in quanto formatasi insieme alla mia persona, ho anche un profondo convincimento: in una realtà così complessa essa deve continuamente interrogarsi e confrontarsi. Questa è una consapevolezza che ho raggiunto quando dinnanzi ad una bambina con disabilità ho avvertito un senso di inadeguatezza, è stata proprio questa sensazione il motore che mi ha condotta a ricercare, a “darmi da fare”, insegnandomi che sentirsi “adeguatamente inadeguati” talvolta ci permette di crescere, di essere flessibili, di guardare alle teorie senza assolutizzarle e di conservare un senso di stupore dinanzi ad un bambino che con tutte le sue difficoltà resta un capolavoro.

 

ANGELA ORLANDO ☀️