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Bambini e natura

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Ciascuno di noi ha il suo modo di educare e concepire l’educazione.
La nostra filosofia educativa è frutto di esperienze pregresse, è l’insieme del nostro esser stati educandi, dei metodi adoperati da chi ha avuto cura di noi, strategie che sono entrate a far parte delle nostre azioni, inconsapevolmente.
Il modo in cui educhiamo è anche un mix tra ciò che abbiamo appreso nel nostro percorso di vita, proviene da qualcosa che abbiamo letto ed è entrato a far parte di noi perché “nelle nostre corde” .
Si educa con ciò che si è, con ciò che si fa e si fa fare, in minima parte anche con ciò che si dice.
Personalmente amo che i bambini sin da piccoli possano aver la possibilità di esplorare, conoscere liberamente il mondo che li circonda, sentirsi amati e “sentire”.
Un bambino amato si sentirà libero di rivelare ciò che è, di esprimere il proprio spirito creativo, il suo essere unico.
Esplorare, per me, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, è anche far sentire il contatto con la natura, imparare qualcosa a piedi nudi in un prato, sul terreno, nella sabbia. Il contatto con la natura arricchisce le percezioni, l’apprendimento, la crescita emotiva, educa al silenzio ed al rispetto.

“La natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l’aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto l’incendio”. M. Montessori

Le paure degli adulti comportano una iper-protezione dei bambini, che impedisce loro di “vivere” la natura e i suoi fenomeni.

Il ricercatore americano Richard Louv, autore del libro “L’ultimo bambino nei boschi: salvare i nostri figli dal disturbo da carenza di Natura”, sostiene addirittura che i disturbi infantili di deficit di attenzione e l’iperattività con cui spesso sono associati (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, ADHD) siano direttamente riconducibili al “disturbo di deficit di natura”.

Louv è convinto che un bambino che trascorre il 90% del proprio tempo seduto in ambienti chiusi o in auto, fissando un monitor, un libro di esercizi, una LIM o la televisione sia un bambino con una vita non sana. Poco importano il livello della scuola, della dieta e delle attività extrascolastiche.

Giocare in spazi aperti e verdeggianti induce pace, capacità di autocontrollo e autodisciplina: questo è stato confermato dalle ricerche di Louv e di altri studiosi dopo di lui. I risultati ottenuti dagli studi effettuati su bambini provenienti da zone urbane svantaggiate provano che la minima esposizione all’ambiente naturale implementa significativamente le risorse attentive generali e contemporaneamente sviluppa le capacità psicomotorie, favorendo le risorse cognitive di ogni bambino. L’aria aperta e l’assenza di barriere architettoniche permettono la solitudine, il nascondimento, la riflessione e la meta riflessione. I suoni non rimbalzano ma si disperdono, rigenerando le capacità uditive stressate dall’inquinamento acustico. La campagna invita a indugiare, parla dell’attesa, della pazienza e della capacità di fluire coi cambiamenti. Stimola la creatività e l’immaginazione, l’elaborazione di soluzioni alternative.

 

 

 

 

 

Angela Orlando
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Penna verde o penna rossa? Quale metodo?

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Essere felici non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Papa Francesco

Negli ultimi tempi mi è capitato di guardare un video e, ascoltando diversi coetanei, riflettendo sulla mia esperienza, ho messo insieme alcune idee come un puzzle giungendo a diverse riflessioni che hanno interrogato la mia persona ed il mio essere educatrice ed insegnante.

Il video è questo: video

In esso si invita i genitori a porre l’attenzione sui progressi anziché sugli errori dei propri figli, proponendo il metodo della “penna verde” (evidenziare i progressi) ed eliminando quello della “penna rossa” (evidenziare gli errori). Questo fa sì che un bambino cresca in fiducia e sostegno, venga spronato a perseverare nel dare il meglio di sé, a fare di più.

Ho ripensato a questo video in un momento particolare, ero in difficoltà e faticavo a ricordarmi che quella prova che non riuscivo ad affrontare l’avevo in realtà superata più volte, ma in quel momento, ricordavo soltanto le circostanze in cui non ce l’avevo fatta, davanti ai miei occhi apparivano solo i miei fallimenti. Da cosa dipendeva questo? Spesso, gli insuccessi fanno più “rumore” dei successi, lasciano il segno in modo più evidente nella nostra mente. Chissà perché? Forse perché siamo stati educati con il metodo della penna rossa? Forse perché ci hanno abituato a porre l’attenzione sui nostri errori e non sui passi avanti? Forse le nostre insicurezze di bambini si ripercuotono nella nostra esperienza di adulti e non riusciamo a scorgerle, non riusciamo a tranquillizzare quel bambino che è in noi dicendogli:”Stai andando bene, continua così!”, continuiamo a dirgli, invece che è sbagliato, che ha sbagliato, ha commesso un errore, che magari ha fatto una figuraccia… Ma cos’è un errore?

“Nella vita c’è solo una cosa certa, a parte la morte e le tasse. Non importa quanto ci provi, non importa quanto buone siano le tue intenzioni: finirai col commettere degli errori…” Shonda Rhimes

Un errore è l’allontanamento dai principi logici, dalle cognizioni o dalle regole comunemente accettate. E’ un qualcosa di socialmente costruito l’errore, un costrutto sociale ma anche molto utile. Uno sbaglio è come una guida, serve a far crescere, a comprendere, “aggiustare” il tiro, ritornare in gioco seguendo una strada diversa, forse migliore, lungo la quale magari sbagliare ancora, imparare e ricambiar rotta.

Gli errori però non si condannano, anzi, forse gli errori si, ma le persone no, le persone si incoraggiano, si supportano, si motivano a fare meglio. Mai scoraggiare qualcuno che sta facendo progressi. Come sempre allora e non vorrei essere banale, la verità sta nel mezzo, è bene che le figure educative adottino il metodo della “penna verde” laddove già si scorge un bambino insicuro, con una bassa stima di sé, è bene sottolineare ciò che di buono sta facendo, spronarlo a continuare in quella direzione. Non è bene però, a mio parere, rinnegare gli sbagli, far finta di non vedere, eliminare totalmente il metodo della “penna rossa”. Ciò che conta è non giudicare la persona, non condannarla per l’errore commesso affermando “Sei sempre disordinato!” “Scrivi male!” “Sei un disastro!” ma adottare uno stile diverso, spostare l’attenzione dal soggetto all’azione, trasformare il “Sei..” in “Il tuo quaderno è in disordine” “Ho difficoltà a leggere ciò che hai scritto, potresti renderlo più chiaro?”.

Altra cosa fondamentale ma che molto spesso sento, perché fatti in modo inconsapevole, sono i confronti. Ogni bambino è unico, perché paragonarlo ad altri? “Se l’adulto di cui mi fido mi paragona, vuol dire che non basto, che non sono all’altezza” Questo è desolante per un bambino, lede la sua autostima, lo fa sentire meno amato e probabilmente si confronterà già da piccolo con un sentimento poco sano, l’invidia verso l’altro.

Tutto questo è difficile, è molto difficile perché non siamo stati abituati a tale stile educativo ed, inoltre, continuiamo ad essere immersi in contesti in cui il giudizio e l’invidia sono alla portata di tutti, giudichiamo e condanniamo con le parole, spesso addirittura diamo sentenze perdendoci una parte fondamentale dell’altro: l’incontro con lui, la sua conoscenza.

E’ faticoso essere figure educative anche perché dovremmo apprendere l’arte della delicatezza, del dare valore alle parole, dosarle con attenzione per non ferire i nobili sentimenti e gli immani sforzi che un bambino fa per imparare a stare al mondo, per adattarsi e crescere.

Tra genitori, insegnanti, nonni, specialisti, ciascuno con la sua diversa ideologia educativa i nostri bambini sono sempre più confusi, è necessario lavorare per creare alleanze educative, seguire una linea comune e dialogare, non opponendosi a quanto fatto o detto da una delle su’ citate figure, magari anche davanti ai bambini, è devastante per la loro crescita e nei confronti della loro maturità.

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L’imprevisto. Pittura acrilica di Aurora Mazzoldi.

Infine, a tutti quegli insegnanti in conflitto con una delle imprese a mio parere più ardue, quella della valutazione, vorrei dire che molto spesso, dovremmo soffermarci di più sugli sforzi e non solo sui risultati. Ciò che conta non è tanto il risultato raggiunto ma è il percorso affrontato nel raggiungerlo, sono gli ostacoli incontrati e la forza messa in campo per affrontarli che dobbiamo valutare. Attenzione, valutare, non giudicare.

ANGELA ORLANDO ☼